Esperienza all’estero: tirocinio a Città del Messico, Messico

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“Amiga, perché non vieni in Messico?!”. Così ebbe inizio una delle esperienze più belle della mia vita.

Ho studiato a Cagliari, in un sistema universitario italiano basato sull’apprendimento in modo piuttosto teorico, senza avere la minima idea di ciò che è il mondo lavoro, né dopo anni di studio, né dopo aver ottenuto la fatidica pergamena. Uno dei pochi aspetti positivi dell’ateneo è stato per me l’ufficio di relazioni internazionali. Dopo aver vinto la borsa di studio “Globus Placement“, decido di seguire l’invito di quel messaggio e faccio i biglietti per Città del Messico. Con uno spagnolo tutt’altro che perfetto, imparato durante dei mesi trascorsi in Spagna, e con nessuna esperienza lavorativa alle spalle, mi convinco che, se uno dei giornali più importanti del Messico: Reforma, Corazón de México, mi ha dato l’opportunità di lavorare per loro, non potrò deluderne l’aspettativa.

Dopo un viaggio infinito (Cagliari – Roma – Atlanta – Città del Messico), sono passata da una cittadina di 200 mila abitanti ad una metropoli di 24 milioni. La prima persona incontrata è stata Ana, la mia salvezza. Conosciuta come l’amica di un’amica di un mio amico, con l’incoscienza dei 23 anni, mi dirigo verso casa sua. Nata in una delle città più pericolose del Messico, Monterrey, Ana decise di trasferirsi per lavoro nel Distretto Federale. La prima cosa che mi disse fu: “non prendere i taxi, puoi prenderli solo se chiami questo numero e sono autorizzati. La maggior parte dei taxisti deruba o violenta”. E in questi casi pensi: “ma dove sono finita?!”.

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Prima di farmi prendere dal panico più totale vado alla redazione del giornale. Abituata a Cagliari, con redazioni piccole, lavoro non retribuito  e con uno sfruttamento quasi totale per il mestiere del giornalista, se non professionista (in alcuni casi), mi ritrovo invece catapultata in uno dei miei sogni.
Marmo bianco, colonne, patii, statue, scrivanie ovunque e persone disponibilissime. Mi danno il pass e mi assegnano una scrivania: finisco nella sezione online del quotidiano, nella redazione internazionale. I miei capi sono due ragazze giovanissime, una messicana e una spagnola. L’altra tirocinante è messicana. Dopo il primo giorno in cui mi è stato spiegato come funzionavano i programmi, che articoli scrivere e come creare le fotogallerie mi mettono a lavoro.

Parti dall’Italia e ti aspetti che, arrivando in una redazione del genere, forte dalla tua esperienza di telefilm, ti mettano a fare fotocopie e portare fogli da una scrivania all’altra. Invece ti sbagli: ti considerano un loro pari, con tutta la responsabilità che ne consegue. Reputo questi tre mesi una formazione sul campo senza precedenti, non solo per l’esperienza lavorativa, ma anche, e soprattutto, di vita. Ho passato ogni giorno, ogni ora libera, a viaggiare, cercando di entrare in contatto con una cultura diversa dalla nostra, sotto ogni aspetto. Metro che passano con una frequenza di un minuto, e ogni minuto si lotta per entrare. Semafori non rispettati, paura di essere rapinati nel camminare per strada e paura di essere investiti attraversandola. Prezzi bassissimi, cibo piccante (persino dolci e gelato), smog fortissimo da farti male i polmoni (è come se la città si trovasse sotto una capa).

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Nonostante tutti i disagi, Città del Messico offre anche spettacoli mozzafiato. La vista che ti regala l’atterraggio è unica: una distesa infinita di luci. L’archeologia e la cultura sono valorizzate in ogni modo possibile, così come il sentirsi messicani. La parte est del Messico, le regioni di Chiapas, Tabasco e Quintana Roo, sono spettacolari. Ho nuotato con una tartaruga gigante, visto un coccodrillo, visitato le rovine Maya tra cui Chichén Itzá (una delle sette meraviglie del mondo), fatto il bagno nelle cascate di Agua Azul e osservato, incredula, una guida che si mangiava tranquillamente le tèrmiti. Potrei scrivere pagine e pagine su quest’unica esperienza ma questo basta per poter intuire quanto possa essere cambiata la mia vita.

Non ho studiato solo per aver un posto di lavoro appena finito, forse ho scelto una strada più dura e tortuosa, ho affrontato il mio futuro con una scelta personale e consapevole, ma non rimpiango la mia scelta, perché le esperienze che mi ha permesso di fare mi hanno arricchito enormemente. Sono esperienze che ti costringono a metterti in gioco, ad affrontare ogni contesto in modo diverso, ad imparare a confrontarti con le altre persone e non sempre e solo con la testa china sui libri.

L’unico consiglio che do a chiunque mi dice “beata te” è di partire. Non mi sento beata, esperienze del genere hanno pro e contro, basta trovare il coraggio e l’opportunità giusta per partire, aprire la mente senza mai limitarsi. Come dicono gli inglesi: “Nothing ventured, nothing gained”.

Alice Strano

27 anni, sarda per nascita, “globetrotter” per scelta. Appassionata di comunicazione, mi definisco una persona multitasking: scrittura, creazione di siti web e grafica sono diventate il mio pane quotidiano!

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