Sviluppo Sostenibile e Sovranità Permanente sulle Risorse Naturali: una questione internazionale

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Ultimamente si sente sempre più parlare di sviluppo sostenibile, con ciò intendendosi uno sviluppo che tenga conto non soltanto dei bisogni delle generazioni presenti, ma anche di quelle future, lasciando a queste ultime un mondo uguale a, se non migliore di, quello in cui viviamo. Come è noto, tuttavia, porre dei limiti alla crescita di uno Stato non è impresa facile. Sul piano internazionale, infatti, nessuno Stato può imporre ad un altro Stato in che modo quest’ultimo debba sfruttare le risorse naturali site sul suo territorio, quali attività porre in essere per tutelare l’ambiente e su quali fonti energetiche (rinnovabili o tradizionali) fare affidamento. Allo stesso tempo, però, ammettere un illimitato potere sovrano statale equivarrebbe a consentire lo sfruttamento di un pianeta con risorse naturali già di per sé limitate. Ed è proprio in tale contesto che interviene lo sviluppo sostenibile.

La cornice all’interno della quale questa dicotomia s’inserisce è tracciata dal complesso rapporto che sussiste tra il principio della sovranità permanente di cui ogni Stato gode sulle proprie risorse naturali e lo sviluppo sostenibile. Questi due elementi non possiedono lo stesso rango giuridico nel diritto internazionale. Infatti, mentre si può oggi pacificamente affermare che la sovranità permanente è un diritto di ciascuno Stato e un principio consuetudinario del diritto internazionale, lo stesso non può dirsi dello sviluppo sostenibile. Quest’ultimo non è ancora considerato un vero e proprio principio. Al contrario, spesso è definito come un mero concetto. Se da una parte questa differenza di natura tra sovranità permanente e sviluppo sostenibile esclude che l’uno possa derogare o abrogare l’altro, dall’altra resta aperta la possibilità di vedere se – e come – il secondo può limitare o comunque pervadere la prima.

Il diritto dei popoli ad esercitare la sovranità sulle risorse naturali è emerso in maniera assoluta ed è stato sancito espressamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati di “nuova indipendenza” (ex colonie) iniziarono a reclamare il loro diritto a essere padroni delle risorse che si trovavano sui loro territori. In tale situazione, il concetto di sovranità si sviluppò come risposta ai problemi che soprattutto i paesi in via di sviluppo si trovavano ad affrontare. Tra questi problemi sono da annoverare il bisogno di essere liberi da interferenze di altri Stati, il bisogno di fronteggiare al meglio l’aumento del commercio e degli investimenti a livello globale, la successione tra gli Stati e l’esercizio del diritto all’autodeterminazione a seguito della decolonizzazione – inclusa l’autodeterminazione e l’indipendenza economica dei popoli. Il principio di sovranità permanente è stato inizialmente proclamato all’interno di una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1962 (Risoluzione 1803). Altre due Risoluzioni hanno successivamente riaffermato questo principio: le Risoluzioni 3201 e 3281 del 1974. Nonostante nel diritto internazionale le risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU non abbiano forza vincolante, le stesse hanno manifestato un forte supporto da parte degli Stati votanti e una consistente pratica verso la proclamazione del diritto di sovranità e la sua elevazione a principio consuetudinario di diritto internazionale. A confermare tale pratica e a contribuire allo sviluppo di tale diritto si sono aggiunte in seguito le pronunce di tribunali e corti internazionali, nonché autorevole dottrina.

Ma quando è effettivamente entrato in gioco il “concetto” di sviluppo sostenibile? Intorno agli anni ’60, a causa del rapido avanzare dello sviluppo economico, iniziò a sorgere la preoccupazione che un principio così condiviso come quello della sovranità sarebbe stato capace di impedire la conservazione delle risorse naturali. In tale contesto sorsero nuovi dibattiti sul difficile rapporto tra il principio di sovranità e i principi che regolano le risorse ambientali e i beni comuni. Nel 1968 la Svezia sollevò tali necessità di tutela dell’ambiente umano e, da tale impeto, l’Assemblea Generale dell’ONU decise di istituire una Conferenza Internazionale sull’Ambiente Umano, tenutasi a Stoccolma nel 1972. Il risultato di tale Conferenza fu l’adozione di una dichiarazione (c.d. Dichiarazione di Stoccolma sull’Ambiente Umano) composta di 26 Principi generali volti a guidare le attività di tutela e preservazione dell’ambiente umano. Il Principio più noto è il Principio n. 21 (sul divieto per gli Stati di causare danno ambientale transfrontaliero) che per la prima volta pone un limite alla sovranità sulle risorse naturali in un contesto ambientale. In seguito, ulteriori interventi in seno all’ONU hanno proseguito in questa direzione: la creazione del Programma Ambientale (UNEP) del 1978; la Commissione Brundtland e il suo Rapporto del 1987, che per la prima volta fornisce una definizione di sviluppo sostenibile inteso come “development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own need”; la Conferenza di Rio del 1992 e la relativa Dichiarazione conclusiva; l’Agenda 21 (programma di azione che mira a dare attuazione allo sviluppo sostenibile); la Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici e quella sulla Diversità Biologica, entrambe del 1992; il Vertice Mondiale sullo sviluppo sostenibile tenutosi a Johannesburg, Sud Africa, nel 2002.

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In seno a queste iniziative, gli Stati si sono impegnati a integrare le proprie politiche economiche, sociali e ambientali e a perseguire così uno sviluppo sostenibile. Tuttavia, a tali impegni non sempre hanno fatto seguito obblighi inderogabili e misure concrete. Questo anche perché, nonostante le definizioni di sviluppo sostenibile fornite negli anni, non è ancora chiaro quali siano i modi per dargli piena attuazione.

A ciò si aggiunga che, a differenza del principio di sovranità sulle risorse naturali che, come scritto sopra, costituisce un vero e proprio diritto nell’ambito internazionale, lo stesso non può dirsi dello sviluppo sostenibile. Sul punto, a livello internazionale, sono numerosi i dibattiti in dottrina e giurisprudenza. Alcuni autori e tribunali internazionali hanno più volte descritto lo sviluppo sostenibile come la necessità di conciliare lo sviluppo economico con la tutela ambientale. Tuttavia, gli stessi hanno affrontato la questione della sua natura in modo molto superficiale, considerando lo sviluppo sostenibile come un mero concetto, privo di forza vincolante. Tra i vari argomenti sollevati contro l’idea dello sviluppo sostenibile come principio consuetudinario (e cioè come norma non scritta di diritto internazionale generale che vincola tutti gli Stati membri della comunità internazionale), vi è l’assenza di prove che dimostrino la sua accettazione come norma da parte della comunità internazionale. Altri autori, al contrario, ne hanno sancito il carattere normativo. Altri invece hanno individuato la funzionalità dello sviluppo sostenibile nella possibilità dei giudici di utilizzarlo come parametro interpretativo per dirimere controversie internazionali su tematiche ambientali.

E’ evidente come le incertezze e le difficoltà che sorgono quando si cerca di capire che cosa sia esattamente lo sviluppo sostenibile ostacolino la sua piena attuazione sia a livello internazionale che statale. Lo si può certo esprimere sotto forma di standard a cui le multinazionali devono attenersi nel porre in essere attività capaci di avere impatti ambientali rilevanti. Allo stesso modo, lo sviluppo sostenibile produce degli effetti anche su altri principi fondamentali in ambito ambientale, come equità, precauzione, cooperazione e integrazione nonché su attività come le valutazioni di impatto ambientale. Tuttavia, troppo è lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati.

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Per concludere, dato che lo sviluppo sostenibile non ha ancora assunto un significato ed un “peso” normativo ben precisi, è difficile stabilirne la portata. Per questo motivo è altrettanto difficile capire come lo sviluppo sostenibile possa incidere sulla sovranità degli Stati di sfruttare le loro risorse naturali. E’ sicuramente da escludere, almeno per il momento, la capacità per il primo di derogare (nel significato classico del termine) la seconda. Non siamo, infatti, di fronte a due fonti internazionali definite. Questo però non deve lasciar presagire una portata illimitata del diritto di sovranità degli Stati, tale da consentire loro di sfruttare le risorse ambientali a discapito della salute umana e dell’ambiente stesso. Come ha affermato Nico Schrijver, un’autorevole accademico: “It is clear that sovereignty has become pervaded with environmental concerns”. Ciò significa che nuovi modi di utilizzo delle risorse naturali basati su nozioni di sicurezza economica, protezione ecologica e ambientale, e tutela di interessi comuni comportano non tanto una ridefinizione della sovranità, quanto piuttosto un impegno a cooperare per il bene della comunità internazionale nel suo complesso. Una sovranità che deve quindi essere esercitata responsabilmente.



Federico Esu

Diritto internazionale ed europeo, musica, letteratura, sport, viaggi, sviluppo sostenibile, politica. Cerco di mantenere vive tutte queste passioni e, per quanto possibile, conciliarle.

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