Banche di sviluppo: investimenti, razzie ed il fenomeno “land grabbing”

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Le cosiddette banche multilaterali di sviluppo da molti decenni giocano un ruolo centrale nell’economia degli stati in via di sviluppo e, per questo tramite, nell’economia mondiale. Tali banche sono delle istituzioni finanziarie internazionali con il compito di promuovere lo sviluppo (sostenibile, in teoria) di tipo economico, sociale ed istituzionale dei paesi meno ricchi del globo. Pensate per riequilibrare lo strapotere occidentale in materia economica, le banche di sviluppo si distinguono in “universali” (la Banca Mondiale, ad esempio) e “regionali” (come la Banca Inter-Americana di Sviluppo e la Banca Asiatica di Sviluppo), a seconda che esercitino le loro funzioni in tutto il mondo o all’interno dei confini di una determinata area geografica.

Entrambe le categorie svolgono importanti funzioni di assistenza sia economica, in particolare attraverso il finanziamento a tassi agevolati dei progetti più svariati, sia tecnica, mettendo a disposizione degli stati beneficiari determinate competenze tecnico-scientifiche.

Nello svolgimento di queste funzioni le istituzioni in questione profondono il loro impegno in un ventaglio enorme di settori ed attività: dall’agricoltura all’industria, dall’energia all’ambiente, dalla salute all’educazione. Estendendosi a tutti questi ambiti, l’attività delle banche di sviluppo è idonea a causare disagi e danni, anche gravi, alle popolazioni coinvolte dalla realizzazione di un progetto. Un esempio può aiutare a chiarire. Pensiamo al caso, peraltro abbastanza frequente, in cui una di queste organizzazioni finanzi la costruzione di una diga. Immaginiamo che sul territorio in cui dovrà sorgere il lago artificiale viva, indisturbata e magari da diversi secoli, una popolazione tribale. La presenza di una tale comunità difficilmente potrà essere da ostacolo alla realizzazione di quel progetto, sicché i suoi componenti saranno costretti a trasferirsi altrove, abbandonando gli ambienti a cui la loro cultura e la loro economia erano intimamente legati.

In particolare, le banche multilaterali di sviluppo si sono rese complici del non molto noto fenomeno del land grabbing. Questa espressione indica l’acquisizione, spesso illegale, di territori fertili degli stati in via di sviluppo da parte di investitori stranieri. Questa pratica, se da un lato permette la realizzazione di investimenti importanti e strategici, dall’altro sottrae ingenti fette di territorio agricolo alle comunità autoctone, con conseguenze potenzialmente molto gravi. Ad essere sacrificati infatti risultano diritti anche fondamentali di queste popolazioni, quali il diritto di proprietà, il diritto di disporre di un’alimentazione adeguata, di mantenere le proprie tradizioni e la propria lingua. Le dimensioni assunte dal fenomeno del land grabbing sono a dir poco allarmanti. Secondo quanto emerge da un rapporto presentato nel 2011 da vari stati alla conferenza internazionale sul “global land grabbing”, la quantità di terreni che gli investitori stranieri si sarebbero accaparrati mediante questa pratica avrebbe raggiunto numeri da capogiro: ben 80 milioni di ettari, quasi il doppio di quanto dichiarato dalla Banca Mondiale qualche anno prima.

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Il fenomeno del land grabbing nel mondo fonte: spiegel.de

 

Inutile dire che il land grabbing è percepito come una deprecabile forma di furto, non soltanto dalle popolazioni direttamente colpite, ma dall’opinione pubblica nel suo complesso, che sta gradualmente acquisendo coscienza del problema. Uno tra i tanti esempi di “accaparramento” di terreni è quanto sta attualmente avvenendo in Congo, dove il governo sta cedendo a soggetti stranieri il controllo di milioni e milioni di ettari di territori agricoli e foreste. In un’economia, come quella congolese, basata essenzialmente su una rete di piccole e piccolissime imprese agricole, il land grabbing costituisce una vera e propria razzia di risorse di strategica importanza.

Nel ruolo di predoni in questo saccheggio più o meno legalizzato troviamo per lo più società di stati industrializzati, tra i quali figura anche l’Italia. Nella concessione dei finanziamenti necessari all’acquisizione dei terreni di fondamentale importanza è l’attività svolta dalle banche multilaterali di sviluppo e, prima fra tutte, dalla Banca Mondiale.

Numerose iniziative sono state portate avanti da attivisti e organizzazioni non governative per chiedere di porre fine a queste attività. Di fatto, però, non sono state attuate iniziative concrete da parte delle istituzioni finanziarie internazionali di sviluppo. Esse, al contrario, continuano a ritenere che tali investimenti “terrieri” costituiscano degli importanti tasselli per garantire il progresso economico degli stati in via di sviluppo; si dimenticano, però, che questa pratica ha degli ingenti costi in materia di diritti umani, comportando, tra le altre cose, una drastica riduzione delle superfici destinate alle coltivazioni alimentari.

Francesco Sabiu

Francesco Sabiu, 25 anni, laureato in Giurisprudenza, specializzato in Diritto Internazionale. Accetto le sfide e amo tutto ciò che possa condurre al miglioramento di me stesso.

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